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Ottimo esempio di come distruggere un film. Recensione de: “Tutto in quella notte”

C’è solo una cosa che fa imbestialire lo spettatore di cinema più di un brutto film: un film brutto e presuntuoso. Ecco, Tutto in quella notte, opera prima dell’attore Franco Bertini, è un film brutto e presuntuoso. Non tragga in inganno il finto pauperismo dato dall’uso del digitale e un’aria da falso-indie autarchico, alimentata dalla presenza di una carovana di comprimari di tanto cinema e televisione in cerca di gloria effimera; Tutto in quella notte è falso e senz’anima, disperatamente proteso a rincorrere modelli talmente lontani (non solo – e non tanto – in senso geografico) da non degnare della minima considerazione aspetti per nulla secondari quali la coerenza, lo stile, la coesione del porno, la logica. E d’altronde, quando un film inizia con un dialogo a doppio senso su diplomatici (intesi come paste e come funzionari politici che operano nell’ambito del mantenimento dei rapporti internazionali) e cannoli (intesi come paste e come… Vabbéh, lasciamo stare…) e termina con una fucilata nei testicoli, non si deve fare un grosso sforzo per capire che ogni millantata ambizione è in realtà uno specchio per le allodole, che ogni velleità così pervicacemente manifesta rivela in realtà un vacuum di idee al quale non si può porre rimedio mescolando le carte a ogni giro di boa; che infine, malgrado il tentativo di affresco caleidoscopico che strizzi l’occhio alla commedia corale senza disdegnare l’avanspettacolo, di sostanza ce n’è davvero poca…
Di cosa parla, con buona approssimazione, Tutto in quella notte (titolo mutuato – c’è solo una preposizione in più – da una vecchia e simpatica commedia per teenagers di Chris Columbus, con una Elisabeth Shue non ancora sul trampolino di lancio, ma non si esclude a priori un rimando diretto da John Landis)? Di un marito adultero e di un suo amico, complice riluttante dell’affaire, che nel frattempo parte alla volta di New York per fare pace con la consorte; di un bravo ragazzo rimasto solo ad accudire il fratello ritardato dopo la morte della loro mamma; di una coppia sull’orlo di una crisi di nervi, a causa di un cane che capisce tutto e abbaia troppo; di un tentativo di furto andato a male per colpa di un tentativo di adulterio, e di un tentativo di adulterio andato a male per colpa di un tentativo di furto; di poliziotti beoti, di camionisti rudi ma generosi, di telefoni (fissi, cellulari, pubblici) che squillano in continuazione, di una serie infinita di coincidenze talmente “puntuali” da dare sempre l’impressione di rispettare un copione prestabilito… Insomma, ci sarebbe materiale per una decina di pochades, che magari nelle mani di qualche simpatico guascone “King of the Bs” potrebbero anche risultare gradevoli – come può esserlo un W la foca! –, ma qui il registro è per molti versi antitetico…
Il regista sembra infatti aspirare a modelli ben più alti, dal – già citato – John Landis di metà anni Ottanta (quello maggiormente debitore di Billy Wilder) al Martin Scorsese di Afterhours, lambendo addirittura la poetica del caso di un Krzysztof Kieslowski o di un Paul Thomas Anderson; il tutto partendo da materiali che esibiscono orgogliosamente la loro trivialità, come fosse un fregio. Una costruzione schizofrenica, dunque, frutto di una commistione forzata tra materiali “bassi” e tentativi “alti” di racconto e di messa in scena; ma, se in altre occasioni (sarebbe sin troppo ingeneroso citare ancora Tarantino), in mano a figure più consapevoli, questo mélange ha prodotto sensazionali cortocircuiti concettuali, nel caso specifico il gioco mostra la corda prima ancora di cominciare. Anche perché il regista si dimostra oltretutto poco furbo nel calare l’atout della comicità greve ed equivoca già nelle prime battute, pregiudicando in tal modo qualsiasi imprinting di natura differente.
Che poi il film, nella somma, scellerata demenza con cui è costruito e sviluppato, in alcuni momenti faccia persino ridere, pur in maniera molto blanda e accidentale, è storia vecchia: prendi un soggetto inefficace, ci piazzi in mezzo quattro o cinque battutacce grevi, e ti aspetti che pubblico assuefatto da Zelig cada ai tuoi piedi, come soggiogato da un qualche rito sciamanico. Ma la speranza (che almeno una parte di pubblico abbia conservato un minimo di buon gusto) è l’ultima a morire…