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Recensione del film di Pedro Almodovar: “La Mala Educación” – Il transessuale che visse due volte

Il giovane regista cinematografico Enrique Goded (Fele Martínez), a corto di nuove idee per un film, riceve la visita inattesa di un vecchio compagno di collegio, Ignacio (Gael García Bernal), che divenuto attore, pretende ora di farsi chiamare Angel. Costui sottopone all’amico una sua novella, La visita appunto, perfetta a suo modo di vedere per la realizzazione di una pellicola. Enrique si tuffa nella lettura e si scopre a ripercorre il porno della sua adolescenza, descritta nel racconto. Si passa così da Madrid 1980, anno in cui si svolge la storia attuale, agli anni ’60, periodo in cui i due amici condividono il collegio e sperimentano le prime reciproche passioni amorose, agli anni ’70, momento di “esperimenti di vita” per entrambi. I ricordi del collegio sono turbati dagli abusi fisici e sessuali dei preti, in particolare Padre Manolo (Daniel Giménez Cacho), il quale si innamora di Ignacio, ma non riesce a controllare la sua pulsione entro limiti platonici.
Il film si fa. Le riprese iniziano, ma il comportamento sempre più singolare di Ignacio non convince Enrique, che decide di visitarne la madre, per capirne di più. L’incontro sarà rivelatore di sconvolgenti scoperte, che confluiranno nel finale tragico, assieme a colpi di scena e doppie verità.
Lascio ad altri l’eccitazione e l’autocompiacimento nel ritrovare tutti i riferimenti a un famoso regista inglese, che iniziò col muto, quindi emigrò negli USA e girò più di sessanta film xxx a matà anni ’70; o a un altro famoso regista, questa volta tricolore, che creò un italico immaginario maschile e lo esportò in tutto il mondo, specialmente negli anni ’60. Siccome tali riferimenti sono sotto gli occhi di tutti (potremmo in questa sede azzardare un’ipotesi di gay-remake), preferisco imbrattare queste pagine con alcune riflessioni che toccano il film, e questo periodo cinematografico in linea più generale. Il cinema ha compiuto più di cent’anni, e mai come in questo periodo li dimostra tutti. Facciamo finta che sia un essere umano: concediamogli un’ingenuità infantile commovente alla Rodolfo Valentino, perdoniamogli le smargiassate ribelli alla Godard, apprezziamone la maturità di pensiero bergmaniana e arrendiamoci alla senilità almodóvariana. Insomma, arriva il momento in cui non si guarda più avanti, ma ci si rifà alla memoria, e come ben sappiamo la visita dei luoghi d’infanzia diviene tanto più pressante, quanto più si procede con gli anni. Solo che oggi la memoria di cui parliamo non è più un’entità astratta, presente da qualche parte a metà strada fra il cuore e il cervello, come avveniva per le generazioni immediatamente precedenti alla nostra, ma è impressa sulla celluloide. I nostri ricordi, da cent’anni a questa parte, passano per le immagini e i suoni riprodotti e riproducibili, concetti strettamente appartenenti alla nostra epoca. Ragion per cui, se parlo dei miei ricordi oggi, sono costretto a legarli a una certa fotografia, a una tale inquadratura, a una canzone: non a quella che cantavano i miei vecchi, ma a quella che cantava Little Tony, e alla ripetizione ossessiva di quel 45 giri, con quei graffi sempre nello stesso punto. I ricordi di quel regista italiano di cui sopra invece erano cinematograficamente vergini, matrici di immagini, e non fotocopie. Viviamo però nell’epoca del riciclaggio, e il cinema pare non esserne esente. Per spiegarmi, Tarantino rappresenta un aspetto analogo, ha manifestato la stessa vecchiaia cinematografica e porno francais: ha avuto il potere, dieci anni fa, di creare qualcosa di mostruoso, eccezionale, assoluto, dopo il quale il cinema non è stato più lo stesso. Ha avuto la maestria narrativa di sdoganare presso il pubblico più vasto il suo mondo, le sue manie, le sue passioni. Come il mago Merlino però, fatto un miracolo, deve dormire per vent’anni, prima di riprendersi completamente. Nel frattempo si è messo a vivere di ricordi puri, non tratti direttamente dalla memoria, ma dalla celluloide stessa, che preserva una memoria precotta e mette in serio pericolo il concetto di personalità. Il campo dei suoi fruitori si restringe così alla cerchia di coloro che lo capiscono, perché hanno condiviso le sue stesse esperienze, ma che sono sempre di meno; mentre gli altri, sempre di più, sono via via meno interessati all’argomento (un po’ come avvenne in occasione del picco più basso di Moretti: il cambio ossessionante dei pannolini del figlio in Aprile. A quel punto urge allargare il raggio d’azione degli argomenti, altrimenti siamo a un passo dal Grande Fratello).
Almodóvar cade nella stessa trappola: ci parla di una storia che forse sarebbe stata anche interessante, se girata con un po’ più di personalità e meno arroganza citazionista. La tanto annunciata e attesa “movida” annega in una storia che potrebbe accadere ovunque e in qualunque epoca. Qualcuno ha fatto riferimento a Franco, ma anche questo aspetto è latitante. La relazione malata fra il prete e il ragazzino, e più ampiamente il clima di oppressione del collegio, non sono novità per nessuno (la differenza è che il mio prete preferiva le ragazzine, ma è un dettaglio), e questa veste cinematografica destituisce di credibilità l’orrore. In realtà, a rileggere la sinossi del film ci si trova davanti a una telenovela, che alcuni più intellettuali di me ameranno chiamare melodramma; a guardare il film con attenzione l’impressione è confermata, trattasi di telenovela. Dopodiché, stanco di avere a che fare con donne per ben due film di seguito, eccolo creare una storia in cui non ci sono Kim Novak, ma solo James Stewart, in un mélange cinematografico, che fa a pugni con se stesso: i dialoghi dicono una cosa, la scenografia li contraddice, la fotografia fa un percorso alternativo alle prime due e la musica pare arrivare da una televisione lasciata accesa per sbaglio. Tutti gli elementi sono belli e decorativi uti singuli, fastidiosi se messi assieme. Il citazionismo celebra se stesso: nel film di naija porn di Enrique si gira una scena tratta dal diario dei ricordi, scena vista solo pochi minuti prima in un flashback, ma è un espediente che non funziona più (ho rivisto per caso un episodio di Agente Speciale l’altro giorno e ho trovato la stessa cosa, 1967: spero che a nessuno venga in mente di gridare al miracolo). Il finale con riassuntino scritto del destino dei personaggi è un’altra nota in minore, di cui non si sentiva il bisogno. È però l’unica via d’uscita praticabile, dato che la scorta dei possibili colpi di scena non ridicoli è finita, ed è necessario darci un taglio, anche se la storia è lontana dal potersi definire di senso compiuto (per un attimo ho temuto un colpo di coda stile Tutto su mia madre, in cui fa la sua apparizione un simil-Renato Zero vestito da Dracula, ma la cosa non avviene). Per chiudere, ritorna in Almodóvar lo stesso gusto per l’esplicito, presente nei suoi primi film. Dopo essersi ingraziato il grande pubblico con storie visivamente più “morbide”, riparte all’attacco mordendo alla gola. È probabile che qualcuno resterà colpito da tanta passione (parola che compare a tutto schermo, nella mesta chiusura del film), resta però da capire dove finisca l’erotismo e dove inizi il cattivo gusto.

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Ottimo esempio di come distruggere un film. Recensione de: “Tutto in quella notte”

C’è solo una cosa che fa imbestialire lo spettatore di cinema più di un brutto film: un film brutto e presuntuoso. Ecco, Tutto in quella notte, opera prima dell’attore Franco Bertini, è un film brutto e presuntuoso. Non tragga in inganno il finto pauperismo dato dall’uso del digitale e un’aria da falso-indie autarchico, alimentata dalla presenza di una carovana di comprimari di tanto cinema e televisione in cerca di gloria effimera; Tutto in quella notte è falso e senz’anima, disperatamente proteso a rincorrere modelli talmente lontani (non solo – e non tanto – in senso geografico) da non degnare della minima considerazione aspetti per nulla secondari quali la coerenza, lo stile, la coesione del porno, la logica. E d’altronde, quando un film inizia con un dialogo a doppio senso su diplomatici (intesi come paste e come funzionari politici che operano nell’ambito del mantenimento dei rapporti internazionali) e cannoli (intesi come paste e come… Vabbéh, lasciamo stare…) e termina con una fucilata nei testicoli, non si deve fare un grosso sforzo per capire che ogni millantata ambizione è in realtà uno specchio per le allodole, che ogni velleità così pervicacemente manifesta rivela in realtà un vacuum di idee al quale non si può porre rimedio mescolando le carte a ogni giro di boa; che infine, malgrado il tentativo di affresco caleidoscopico che strizzi l’occhio alla commedia corale senza disdegnare l’avanspettacolo, di sostanza ce n’è davvero poca…
Di cosa parla, con buona approssimazione, Tutto in quella notte (titolo mutuato – c’è solo una preposizione in più – da una vecchia e simpatica commedia per teenagers di Chris Columbus, con una Elisabeth Shue non ancora sul trampolino di lancio, ma non si esclude a priori un rimando diretto da John Landis)? Di un marito adultero e di un suo amico, complice riluttante dell’affaire, che nel frattempo parte alla volta di New York per fare pace con la consorte; di un bravo ragazzo rimasto solo ad accudire il fratello ritardato dopo la morte della loro mamma; di una coppia sull’orlo di una crisi di nervi, a causa di un cane che capisce tutto e abbaia troppo; di un tentativo di furto andato a male per colpa di un tentativo di adulterio, e di un tentativo di adulterio andato a male per colpa di un tentativo di furto; di poliziotti beoti, di camionisti rudi ma generosi, di telefoni (fissi, cellulari, pubblici) che squillano in continuazione, di una serie infinita di coincidenze talmente “puntuali” da dare sempre l’impressione di rispettare un copione prestabilito… Insomma, ci sarebbe materiale per una decina di pochades, che magari nelle mani di qualche simpatico guascone “King of the Bs” potrebbero anche risultare gradevoli – come può esserlo un W la foca! –, ma qui il registro è per molti versi antitetico…
Il regista sembra infatti aspirare a modelli ben più alti, dal – già citato – John Landis di metà anni Ottanta (quello maggiormente debitore di Billy Wilder) al Martin Scorsese di Afterhours, lambendo addirittura la poetica del caso di un Krzysztof Kieslowski o di un Paul Thomas Anderson; il tutto partendo da materiali che esibiscono orgogliosamente la loro trivialità, come fosse un fregio. Una costruzione schizofrenica, dunque, frutto di una commistione forzata tra materiali “bassi” e tentativi “alti” di racconto e di messa in scena; ma, se in altre occasioni (sarebbe sin troppo ingeneroso citare ancora Tarantino), in mano a figure più consapevoli, questo mélange ha prodotto sensazionali cortocircuiti concettuali, nel caso specifico il gioco mostra la corda prima ancora di cominciare. Anche perché il regista si dimostra oltretutto poco furbo nel calare l’atout della comicità greve ed equivoca già nelle prime battute, pregiudicando in tal modo qualsiasi imprinting di natura differente.
Che poi il film, nella somma, scellerata demenza con cui è costruito e sviluppato, in alcuni momenti faccia persino ridere, pur in maniera molto blanda e accidentale, è storia vecchia: prendi un soggetto inefficace, ci piazzi in mezzo quattro o cinque battutacce grevi, e ti aspetti che pubblico assuefatto da Zelig cada ai tuoi piedi, come soggiogato da un qualche rito sciamanico. Ma la speranza (che almeno una parte di pubblico abbia conservato un minimo di buon gusto) è l’ultima a morire…

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L’era glaciale 4 – Il film: tutto quello che dovete sapere!

L’era glaciale 4 è uno dei film d’animazione più noti degli ultimi anni: quarto capitolo della serie de “L’era glaciale“, ha come sottotitolo “Continenti alla deriva” ed è stato uno dei grandissimi successi al botteghino nel settore dei cartoni animati del grande schermo. Cerchiamo allora di saperne un pò di più su questo capolavoro cinematografico, senza tuttavia rovinarvi alcuna sorpresa!

Di cosa parla?

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L’era glaciale 4 riprende la storia dalla fine del terzo capitolo (in relazione al quale c’è un breve distacco di qualche anno). Scrat, uno dei grandi protagonisti della pellicola, è tornato single e, soprattutto, è tornato a fare danni: proprio mentre seppelliva una sua ghianda, ha involontariamente aperto una fonditura che ha avviato la catastrofica deriva dei continenti.

Da questo incipit prendono spunto le storie narrate nel film d’animazione, in cui avremo la possibilità di incontrare vecchi e nuovi porno italiano e, soprattutto, il solito divertimento che era già stato garantito nei primi tre episodi della serie, iniziata più di 12 anni fa.

Quando è uscito?

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Nonostante sia un film straordinariamente attuale, e ancora oggi amatissimo da giovani e meno giovani, L’era glaciale 4 – Il film ha già più di due anni. In Italia il primo trailer ufficiale è stato diramato nel giugno del 2012, mentre l’esordio nelle sale cinematografiche è stato nella giornata del 28 settembre 2012, per opera della distribuzione della 20th Century. Gli incassi sono stati più che ottimi, tanto da sfiorare il fatturato ottenuto nello storico terzo episodio da record.

Un doppiaggio d’eccezione

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Il cast dei doppiatori italiani coinvolti nel film italiano è davvero eccezionale. I ruoli dei personaggi principali sono stati interpretati da attori di grandissima qualità come Francesco Pannofino (capitan Sbudella), Filippo Timi (Manfred), Claudio Bisio (Sid), Pino Insegno (Diego), Roberta Lanfranchi (Ellie). In questo modo anche la distribuzione italiana ha seguito la tendenza già consolidata nei principali mercati internazionali, dove il doppiaggio è stato affidato ad attori di fama globale.

Anche in Blu-Ray

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A gennaio 2013 L’era glaciale 4 – Il film è stato reso disponibile anche nei formati di supporto DVD, Blu-Ray, Blu-Ray 3D e Digital HDTML. Come era ampiamente lecito attendersi, anche la pubblicazione dei DVD si è tramutata in un grande successo commerciale: coloro i quali avevano già visto il film, e coloro i quali non hanno fatto in tempo a goderselo al cinema, non si sono lasciati sfuggire l’occasione di metter mano su questo piccolo grande capolavoro!

Un mondo di citazioni

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L’era glaciale 4 saprà certamente soddisfare anche tutti gli amanti del citazionismo. Nella pellicola sono infatti presenti decine di riferimenti ad altri film o opere letterarie, in buona parte ancora ignoti. Qualche esempio? Quando Sid riacquista la mobilità (non vi spieghiamo perchè l’aveva persa!) inizia con il muovere l’alluce del piede destro, come Uma Thurman in Kill Bill. Quando Sid arriva a Scratlantide, chiaro è il riferimento ad Atlantide. E voi, riuscirete a comprendere da dove trae origine il capo degli iraci?